PROBLEMI GASTROINTESTINALI 2017-10-06T11:50:47+00:00

RICERCA SCIENTIFICA

Problemi Gastrointestinali

DI COSA SI TRATTA E COME RICONOSCERLI

Tra i PROBLEMI GASTROINTESTINALI troviamo diverse patologie quali i disordini funzionali gastroinntestinali, la colite ulcerosa, la malattia o morbo di Crohn, i polipi del colon retto.

I disordini funzionali gastrointestinali (DFGI) fanno parte di una categoria diagnostica definibile in base alla sola presentazione sintomatologica e caratterizzata dall’assenza di un evidente substrato patogenetico Tra questi troviamo la malattia da reflusso gastroesofageo non erosiva, la dipsepsia funzionale e la sindrome dell’intestino irritabile. Tutte queste patologie sono caratterizzate da dolore addominale e alterata funzionalità intestinale.

La malattia da reflusso gastroesofageo non erosiva è spesso causata dal reflusso nell’esofago del contenuto dello stomaco e dei gas prodotti a livello intestinale che generano un reflusso duodeno-gastroesofageo. L’acido cloridrico e la bile che vengono a contatto in questo modo con la mucosa dell’esofago ne provocano l’infiammazione (esofagite) con possibile insorgenza di sintomi caratteristici, come la pirosi (bruciore retrosternale). Anche se occasionali piccoli reflussi sono considerati fisiologici, in alcuni casi la frequenza e l’intensità dei reflussi può assumere valenza patologica. Col tempo l’infiammazione può evolvere in danni al tessuto dell’esofago, sotto forma di erosioni e piccole ulcere. Altre cause del reflusso sono una diminuzione del tono del cardias (lo sfintere esofageo inferiore – SEI/LES), cioè la valvola che separa l’esofago dallo stomaco, in seguito all’assunzione di sostanze diverse, come cibi grassi, nicotina, caffeina, agrumi, alcolici ed anche alcuni tipi di farmaci; in casi più rari è dovuta al prolungato ristagno del bolo nello stomaco per via di disturbi motori che rallentano il normale svuotamento dello stesso; altre volte la causa è da ricercare nell’assunzione di pasti troppo abbondanti; infine sono predisponenti tutte quelle condizioni che determinano un aumento della pressione gastrica, come l’obesità e la gravidanza. Per quanto sia stata lungamente studiata una possibile associazione tra l’infezione da Helicobacter pylori e la malattia da reflusso gastroesofageo, essa non è mai stata accertata da studi epidemiologici, né è stato individuato un possibile meccanismo patogenetico con il quale il batterio provocherebbe la malattia. In taluni casi, addirittura, si è notata un’incidenza negativa legata all’eradicazione dell’H. Pylori e l’eradicazione stessa parrebbe risultare inefficace per la prevenzione delle recidive.

La dipsepsia funzionale è un disturbo gastrico localizzato a livello dell’addome superiore. La causa di questa dispepsia è generalmente da imputare alla formazioni di ulcere peptiche o di limitata mobilità dell’intestino, quindi da problemi meccanici dell’apparato gastrico. Oltre a dolore i sintomi possono essere rigurgito, sensazione di pienezza dopo i pasti, anche leggeri.

La sindrome dell’intestino irritabile è un disordine della funzione intestinale caratterizzato da dolore addominale ricorrente associata ad alterazione nella defecazione. Per definizione, non è possibile identificare un univoco elemento patogenetico che giustifichi lo sviluppo della sindrome dell’intestino irritabile (SII). Benché siano state avanzate diverse ipotesi, la patogenesi della SII non è tuttora chiara, in quanto più fattori concorrono alle manifestazioni dei sintomi, tra cui la predisposizione genetica, precedenti episodi infettivi acuti a carico del tratto gastrointestinale (soprattutto infezioni sostenute da Campylobacter e Shigella) e la presenza di stimoli biologici presenti nel lume intestinale, come alcuni antigeni alimentari, batteri, allergeni o farmaci. Ulteriore elemento è l’ipersensibilità viscerale, definita come un’abnorme percezione dei normali processi fisiologici connessi con la digestione. E’indubbio, inoltre, che il profilo psicologico del paziente giochi un ruolo fondamentale nella patogenesi della SII; tale connessione è evidenziata dall’andamento ricorrente della malattia, con fasi di remissione e riesacerbazione, queste ultime molto frequentemente precedute da intensi stress psicofisici. La principale manifestazione della sindrome dell’intestino irritabile è il dolore. Sovente, i pasti rappresentano gli eventi scatenanti il dolore che, viceversa, tende a venir alleviato dalla defecazione o all’evacuazione di gas. Al dolore si associano senso di tensione e distensione addominale.

La colite ulcerosa è una malattia autoimmune che interessa il tratto gastro-intestinale e rientra tra le malattie infiammatorie croniche intestinali (IBD). E’ causa di un’importante infiammazione che provoca delle lesioni ulcerose responsabili dei sintomi intestinali, come diarrea ematica, anche notturna, associata a dolori e crampi addominali,che interessano soltanto il grosso intestino, il colon, localizzandosi sempre e comunque nel tratto terminale, ovvero la regione del retto e del sigma differenziandosi quindi dal Morbo di Crohn. L’andamento della malattia è caratterizzato dall’alternarsi di episodi acuti seguiti da periodi di remissione clinica.

La malattia risulta più frequente nei paesi maggiormente industrializzati, soprattutto in ambienti cittadini. Essa si manifesta in un lasso di tempo che va dalla terza alla sesta decade di età dell’individuo, ma può colpire a qualunque età anche pediatrica, senza differenze tra sesso maschile e femminile. Sebbene tale patologia come le altre malattie infiammatorie croniche siano un’entità riconosciuta ormai da oltre 100 anni, l’eziopatogenesi di queste non è ancora stata definita chiaramente.

Vi è accordo sull’ipotesi patogenetica secondo cui negli individui geneticamente predisposti sia fattori esterni (agenti infettivi/flora intestinale alterata) che interni (funzione di barriera dell’intestino, vascolarizzazione, attività neuronale) causano una alterazione cronica della funzione immunitaria della mucosa intestinale. Tuttavia, la ricerca di uno specifico agente causale non ha dato risultati soddisfacenti, ma è appurato che in condizioni normali l’intestino è in continuo stato di allarme pronto a reagire contro i microorganismi patogeni, dopo la normale reazione infiammatoria la risposta immunitaria viene rapidamente smorzata con riparazione tissutale. Nelle malattie infiammatorie croniche questo processo non avviene regolarmente a causa di fattori genetici, ambientali, del sistema immunitario con alterazione della risposta infiammatoria.

La malattia o morbo di Crohn, nota anche come enterite regionale, è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino (MICI) che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea, vomito o perdita di peso, ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione.

La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l’infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. Ci sono prove di una predisposizione genetica per la malattia e questo porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio.

Non esiste ancora una terapia farmacologica risolutiva o una terapia chirurgica eradicante la malattia di Crohn. Le possibilità di trattamento sono limitate al controllo dei sintomi, al mantenimento della remissione e alla prevenzione delle ricadute.

I polipi del colon retto sono neoformazioni che originano dalla mucosa del colon e crescono sviluppandosi all’ interno del lume.
Vengono classificati in base al loro aspetto macroscopico in peduncolati e sessili; in base all’aspetto istologico in benigni e maligni (o adenocarcinomi). La distinzione istologica dei polipi benigni è importante perché permette di prevedere la possibilità di degenerazione maligna ovvero di trasformazione in cancro.

Fattori di rischio: età dopo i 50 anni, diagnosi precedente di polipi al colon, presenza di polipi o cancro al colon in famiglia, diagnosi di cancro dell’utero o dell’ovaio nelle donne prima dei 50 anni, alimentazione ricca di grassi, fumo, alcolici, scarsa attività fisica, sovrappeso o obesità.

La maggior parte dei polipi sono completamente asintomatici e vengono identificati in fase preclinica mediante accertamenti specifici:
– colonscopia: permette di esaminare tutto il colon, identificare ed asportare i polipo ed eseguire biopsie in corrispondenza di neoformazioni non asportabili endoscopicamente
– sigmoidoscopia: permette di esaminare solo il tratto distale intestinale del colon.

Un esempio di cambiamento pre-canceroso molto precoce (biomarcatore intermedio) consiste negli ACF (focolai di cripte aberranti).

ACF: lesioni del tessuto colico della mucosa che formano prima polipi e possono essere il primo segnale di una proliferazione incontrollata del tessuto che può portare allo sviluppo del cancro del colon. Gli ACF, al contrario di cellule epiteliali normali, sono cellule resistenti all’apoptosi, come tutte le cellule tumorali.

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